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  • Corinna Maci
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Draghi in Libia: quale ruolo per l’Italia?

Martedì 6 aprile il Primo Ministro italiano Mario Draghi  si è recato a Tripoli per la sua prima visita di Stato all’estero.  

La visita del Premier arriva in un momento di estrema fragilità ma anche di grandi speranze per il nuovo governo di transizione guidato dal premier libico Abdul Hamid Dbeibah, governo che dovrebbe portare le diverse anime libiche a nuove elezioni presidenziali e legislative il 24 dicembre 2021. Il nuovo governo libico, lo ricordiamo, si insedia dopo 10 anni di conflitto – dalla caduta di Gheddafi nel 2011 – durante i quali il Paese non è mai riuscito a realizzare una vera transizione democratica. Il Premier italiano ha ribadito durante la conferenza stampa congiunta che: “Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia”.

Ci sono quindi le basi per una partnership che guarda al futuro ma che ha solide radici nel passato dei due Paesi.

I nodi da sciogliere sono diversi: il consolidamento politico ed istituzionale; la presenza di attori stranieri che ha avuto un ruolo determinante durante la guerra civile; l’approvvigionamento energetico e la distribuzione dei suoi proventi; la sfida dell’immigrazione; il rilancio dell’economia. Un programma ampio ed ambizioso. La presenza delle potenze straniere nello scacchiere libico, in particolar modo di Russia e Turchia, si è verificato in seguito all’appoggio alle due amministrazioni rivali, quella di Tobruk – guidata da Aguila Saleh - e quella del GNA , il Governo di Unità nazionale, con a capo Al- Sarraj.

A livello militare le milizie legate al GNA si sono fronteggiate con le milizie del generale libico Haftar (Esercito nazionale libico). Mentre il GNA

  • Leonilde Gambetti
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VIOLENZA DI GENERE, COMBATTIAMOLA OGNI GIORNO

Ne parliamo oggi che il 25 novembre è già passato, e l'8 marzo é ancora lontano dal venire.

Oggi che le panchine dipinte di rosso, come simbolo contro la violenza sulle donne, hanno già cominciato a scolorirsi nei giardini e nelle bacheche dei social network e le mimose gialle non sono ancora fiorite. Ne parliamo oggi e non a caso, ma per provare a tenere fede a quell'intenzione, sempre ostentata e mai mantenuta, di parlarne tutti i giorni. Non solo il 25 novembre.

 

Non solo l'8 marzo. Perché le donne vengono ammazzate ogni giorno. Le parole della Ministra per le pari opportunità, Elena Bonetti, ci fanno ben sperare: bisogna mettere in campo un'azione coordinata affinché le donne non siano lasciate sole. Lavorare, quindi sulle "tre P", prevenire, proteggere, perseguire. Bisogna lavorare nelle scuole su un percorso di affettività, rispetto, educazione civica; bisogna mettere in atto percorsi dedicati alle donne nell'ambito dei commissariati di polizia e caserme dei carabinieri, dei tribunali, dei pronto soccorso, per un centro unico che garantisca l'anonimato. La lotta contro la violenza sulle donne deve essere quotidiana, costante, perseverante, efficace.

Lo sanno bene i Centri Anti Violenza che ogni giorno ricevono chiamate, richieste di aiuto, grida di dolore. Ne parliamo oggi per dire che i simboli sono importanti. Va bene la panchina dipinta di rosso, il baffo rosso sul viso, i flash mob con le scarpe rosse. I simboli sono importanti, sì, ma non sono sufficienti. Poi ci

  • Corinna Maci
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Il NEMICO NON E’ ALLE PORTE

 

Il progetto europeo, da sempre oggetto di attacchi esterni, rischia una delegittimazione interna sul terreno di un principio fondamentale delle democrazie occidentali: lo stato di diritto. È un capitolo nevralgico quello che ci ha offerto l’Europa in questi giorni, con il veto di Ungheria e Polonia al prossimo bilancio europeo e al conseguente accesso ai fondi del Next Generation Eu (o Recovery Fund).

 

I due Paesi vogliono imporre che non si subordini l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto. Potrebbe sembrare surreale ad un cittadino italiano, francese o tedesco perché questo principio è consolidato. Ma in questi giorni abbiamo avuto la rappresentazione plastica di come per alcuni Paesi un principio di tale portata non solo non è scontato ma viene persino rifiutato.

L’Ungheria e la Polonia con il loro veto stanno facendo pesare la loro posizione perché la decisione deve essere presa all’unanimità. Le diplomazie europee si stanno già muovendo per adottare un compromesso che non faccia apparire nessuna delle due parti in una posizione di arretramento rispetto a quella iniziale. Attendendo l’esito di questo ennesimo braccio di ferro in seno all’Unione, che segue quello poco edificante avvenuto tra Paesi rigoristi e mediterranei per il Recovery Fund, sarebbe necessaria una riflessione che vada oltre gli aspetti economici e che molti analisti hanno sottolineato in questi

  • Corinna Maci
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JOE BIDEN, QUANDO ESSERE MODERATI PUO’ SALVARE UNA NAZIONE

 

Sono state settimane convulse; i sondaggisti hanno prima annunciato una vittoria schiacciante dei democratici, poi il timore della sconfitta è montato ed infine si è arrivati al lento recupero. Biden, il Presidente della riunificazione, come è già stato definito, non irrompe nelle scene con una forza travolgente come aveva fatto l’outsider Obama nel 2009; non lo può fare un uomo che tra qualche giorno compirà 78 anni ed è stato eletto per la prima volta a soli 30 anni come Senatore.

Uomo dell’establishment, profondo conoscitore dei meccanismi amministrativi e politici che governano il sistema politico americano, incarna sicuramente quella perseveranza e quella tenacia che unita alla sua grande fede – è il secondo Presidente cattolico dopo J.F Kennedy- lo rendono persona credibile nel volere ricucire le contrapposizioni che il suo predecessore ha esasperato. “L ‘oppositore non deve essere un nemico, siamo tutti americani”, pronuncia nel suo primo discorso alla nazione come Presidente.

Queste parole, in questo momento storico, non fanno parte di quell’armamentario retorico a cui l’America ci ha abituato; è innegabile infatti che l’ondata blu è venuta meno e le profonde fratture che caratterizzano la società americana sono molto forti e sempre più evidenti. Non si deve dimenticare che Trump rispetto al 2016

  • Editorial Board INP
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Il terrorismo e il paradosso della società aperta

In questi giorni il “nemico” - se si vuole utilizzare un termine mutuato dal linguaggio bellico - delle società occidentali e non solo , ha assunto le forme di un virus potenzialmente letale e in grado di mettere in ginocchio l’economia e il benessere delle nostre città.

Eppure, fino a qualche tempo fa, incombe(va) una minaccia altrettanto pericolosa e per certi versi ancora più temuta: il terrorismo.

Messi in comparazione, il covid e il terrorismo hanno un elemento in comune; entrambi li avvertiamo come un male che proviene dall’esterno e che si è insediato pericolosamente nelle nostre vite, minando il nostro benessere fisico, sociale ed economico. Fortunatamente ogni male ha il suo antidoto. Se per il covid siamo in attesa di un vaccino, molto più complesso è l’antidoto al terrorismo. Le ultime settimane quello che sta accadendo in Francia deve fare riflettere. Qualche giorno fa un ventunenne di origine tunisine, Brahim Aoussaoui, entra nella cattedrale di Nizza e uccide tre persone al grido di Allah Akbar; questo episodio segue un'altra uccisione, quella del Professore Samuel Paty, decapitato per aver mostrato in classe alcune vignette del periodico satirico Charlie Hebdo , quelle stesse vignette che costarono la vita nel 2015 a 12 persone.

  • Fabrizio Andreoli
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Arnault vs Pinault. Attenti a quei due.

"Sono ricchi, celebri e rivali. Per il pubblico sono i nuovi Medici." Jean- Gabriel Fredet, La guerra segreta dei miliardari dell'arte.

Seguire le gesta di Bernard Arnault e François Pinault, i due magnati d'oltralpe, significa, per certi versi, leggere una parte di storia d'Italia. Perché? Arnault e Pinault, i due signori dell'industria del lusso ed eterni rivali, negli ultimi anni hanno acquisito un buon numero di marchi prestigiosi del Made in Italy: Acqua di Parma, Bottega Veneta, Bulgari, Cova (la storica pasticceria milanese), Fendi, Gucci, Loro Piana, Pinarello ( biciclette), Pucci, alberghi esclusivi come il Caruso (Ravello), il Cipriani (Venezia), lo Splendido (Portofino).

Numerose agenzie di stampa, mentre scriviamo, riportano che monsieur Arnault potrebbe divenire il nuovo proprietario del Milan, il blasonato club calcistico.

Jean Gabriel Fredet, giornalista del settimanale economico " Challenges", nel 2019, ha pubblicato "La guerra segreta dei miliardari dell'arte" - Èditions de l' Observatoire, Paris - un saggio in cui il giornalista, tramite aneddoti e testimonianze, ha ricostruito il "duello rusticano" tra Bernard Arnault e François Pinault. Orson Welles, genio del cinema e del teatro, dalla sfida tra i due magnati francesi ne avrebbe tratto un film sulla scia di Quarto Potere.

Arnault, classe 1949, è cresciuto in una famiglia

  • Fabrizio Andreoli
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Attribuzione del cognome materno. Nominare per esistere!

 

“Capite la compassione, la pazienza e l’amicizia? Forse siete stato allevato con l’idea che le donne non hanno un’anima. Pensate che ce l’abbiano?” George Sand - nome di penna di Aurore Dupin- scrittrice francese del XIX secolo.

In Italia l’articolo n.262/ Codice Civile stabilisce il principio in base al quale il figlio/la figlia assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto, tuttavia se il riconoscimento viene compiuto da entrambi i genitori, il figlio/ la figlia assume automaticamente il cognome del padre.

Questo articolo è stato scalfito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.286/ 21 Dicembre 2016. Il tema è importante e se ne discute in molti settori della nostra società. Si tratta di una questione che concerne, al contempo, la dimensione individuale e la dimensione collettiva. Attualmente è possibile attribuire al minore – in caso di riconoscimento da parte di entrambi i genitori- sia il cognome paterno che quello materno, ma non solo quello materno.

Le nuove disposizioni trovano applicazione per gli atti di nascita che si formano dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale (avvenuta nella Gazzetta Ufficiale n° 52 del 28 Dicembre 2016).

  • Leonilde Gambetti
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CHOBANI, LO YOGURT COME METAFORA DEL NUOVO MONDO

La pandemia ha rappresentato una grande sfida per tutti. Fermarci in ogni settore, come totalità del Pianeta, ha costretto ognuno di noi a guardarci dentro e ci ha invitato a non considerare la pausa forzata come tempo perso, ma come tempo di qualità per cambiare. Come il latte che, involontariamente, migliaia di anni fa, entra in contatto con dei microrganismi e fermentando, casualmente si scopre lo yogurt, ora diffuso e apprezzato per le sue caratteristiche benefiche.

Sembra una metafora. Il latte è il mondo che conoscevamo fino a gennaio 2020. I microrganismi sono la pandemia. Lo yogurt è il nuovo mondo, nato dalla fermentazione, dal ripensamento di un sistema che forse ora non è più sostenibile. Questa è la storia che può insegnarci Hamdi Ulukaya, CEO della Chobani, azienda leader negli Stati Uniti nella produzione di yogurt. Hamdi Ulukaya è un immigrato, figlio di umili pastori curdi, cresciuto nel piccolo caseificio di famiglia nelle montagne della Turchia orientale e trasferitosi negli Stati Uniti nel 1994. Qui studia l'inglese, frequentata corsi di business all'Università di Albany e per mantenersi lavora come dipendente in una fattoria.