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2021: i 70 anni dalla nascita della CECA. Quale lezione per l’Europa di oggi

  • Corinna Maci
  • News
  • Read 831 times Last modified on Lunedì, 26 Aprile 2021 12:23

Due Guerre Mondiali e milioni di morti: era necessario partire da qui, dalle macerie delle guerre per arrivare a quello che siamo oggi: uno spazio di pace, prosperità, solidarietà e stabilità. Per impedire il verificarsi di altre guerre fratricide si decise che le due più importanti risorse dell’industria bellica, il carbone e l’acciaio, sarebbero diventate per la prima volta nella storia strumenti di integrazione e quindi di pace. In che modo? Garantendo, per i Paesi che avessero sottoscritto il Trattato, la loro la libera circolazione e il libero accesso alle fonti di produzione. Oltre ad impedire un riarmo segreto a tutte le nazioni firmatarie, il Trattato – questo il nodo cruciale-  avrebbe posto fine alla storica rivalità tra Germania e Francia, in continua guerra tra loro, anche per le dispute territoriali per il controllo delle ricchezze minerarie della  Regione della Ruhr e della Saar.

L’impianto dei Trattati lo si deve al Ministro degli esteri francese Robert Schuman e Jean Monnet, che fu il maggior ispiratore della “Dichiarazione Schuman” del 9 maggio 1950: “L'unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l'azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania. A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l'azione su un punto limitato ma decisivo”.

 

E ancora: “L' Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra”. Per fare l’Europa era quindi necessaria la pacificazione franco- tedesca. Un’Europa che sarebbe sorta da “realizzazioni concrete”, che avrebbero dovuto creare una “solidarietà di fatto”. L’idea alla base era che una cooperazione economica in un settore limitato avrebbe portato, in cambio di una cessione parziale della propria sovranità, ad una graduale integrazione politica, e avrebbe allontanato lo spettro della guerra e contribuito alla crescita e alla prosperità delle nazioni. La sua proposta fu accolta in maniera positiva dal primo Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Konrad Adenauer, dall’Italia di Alcide de Gasperi, e dai Paesi del Benelux. Dopo 70 anni di graduale processo integrativo, possiamo dire che i risultati ottenuti sono straordinari: l’Europa è uno spazio di pace, in cui il progresso politico si accompagna al benessere economico.

Eppure, oggi quando parliamo di Europa dobbiamo confrontarci anche con la sensazione diffusa di un grande progetto in crisi. Se durante la Guerra Fredda le sfere di influenza in Europa vedevano la contrapposizione URSS/ Stati Uniti, oggi il rischio concreto è che si formino altre forme di dualismo, sia interno con la contrapposizione popolo/ élite – da cui discende il sempre maggior successo dei partiti populisti- sia il dualismo Unione Europea/ singoli Stati. La pandemia di coronavirus stava rischiando di infrangere il sogno europeo, riproponendo un ripiegamento nazionalistico. Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Europa ha dovuto affrontare il rischio reale di morte, con un duro colpo per le economie nazionali e i commerci mondiali. Ogni Stato ha assunto un approccio unilaterale, pensando ai propri cittadini e in maniera indipendente dalle istituzioni UE.

La lezione dei Padri Fondatori invece è che l’Unione Europea è un processo che non solo non va interrotto ma che in momenti di profonda crisi può essere l’unica soluzione possibile. La CECA, pietra angolare della costruzione europea, è nata dal basso, dal carbone e dall’acciaio sulle macerie di due Guerre. La pandemia ha reso evidente una condizione di fragilità comune, che può però disvelare un rinnovato impegno alla solidarietà tra gli Stati. Anche questa volta si doveva partire dal basso: dalle mascherine, dagli aiuti sanitari, dai vaccini. Se questo non è stato fatto o è stato fatto male, non significa che questa non sia la strada giusta da percorrere.

La straordinaria attualità della Dichiarazione Schuman emerge da queste parole: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. La solidarietà di fatto implica una condivisione che non può essere solo di interessi economici, ma anche di principi e valori come la coesione, la sicurezza, il benessere di tutti i cittadini europei.

 

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