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Draghi in Libia: quale ruolo per l’Italia?

  • Corinna Maci
  • News
  • Read 734 times Last modified on Venerdì, 09 Aprile 2021 13:45

Martedì 6 aprile il Primo Ministro italiano Mario Draghi  si è recato a Tripoli per la sua prima visita di Stato all’estero.  

La visita del Premier arriva in un momento di estrema fragilità ma anche di grandi speranze per il nuovo governo di transizione guidato dal premier libico Abdul Hamid Dbeibah, governo che dovrebbe portare le diverse anime libiche a nuove elezioni presidenziali e legislative il 24 dicembre 2021. Il nuovo governo libico, lo ricordiamo, si insedia dopo 10 anni di conflitto – dalla caduta di Gheddafi nel 2011 – durante i quali il Paese non è mai riuscito a realizzare una vera transizione democratica. Il Premier italiano ha ribadito durante la conferenza stampa congiunta che: “Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia”.

Ci sono quindi le basi per una partnership che guarda al futuro ma che ha solide radici nel passato dei due Paesi.

I nodi da sciogliere sono diversi: il consolidamento politico ed istituzionale; la presenza di attori stranieri che ha avuto un ruolo determinante durante la guerra civile; l’approvvigionamento energetico e la distribuzione dei suoi proventi; la sfida dell’immigrazione; il rilancio dell’economia. Un programma ampio ed ambizioso. La presenza delle potenze straniere nello scacchiere libico, in particolar modo di Russia e Turchia, si è verificato in seguito all’appoggio alle due amministrazioni rivali, quella di Tobruk – guidata da Aguila Saleh - e quella del GNA , il Governo di Unità nazionale, con a capo Al- Sarraj.

A livello militare le milizie legate al GNA si sono fronteggiate con le milizie del generale libico Haftar (Esercito nazionale libico). Mentre il GNA

è stato il governo ufficialmente riconosciuto dall’ONU fin dalla sua nascita, nel 2015, e in seguito appoggiato formalmente da Italia, Qatar e Turchia, le forze di Haftar – vicine alle istituzioni di Tobruk - hanno ricevuto il sostegno di Egitto, Francia, Russia, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. La risposta italiana ed europea non può prescindere dal disimpegno militare di Russia e Turchia, la cui presenza è ormai consolidata nel Paese.

L’Italia può e deve giocare un ruolo fondamentale, e il processo di pace deve essere energicamente sostenuto. Da una parte deve puntare ad un rilancio economico, tecnologico ed infrastrutturale della Libia, facendo tornare protagoniste le aziende italiane ed europee che posseggono quel know- how di cui sono invece sprovviste Turchia e Russia. Una vera e propria operazione di bilanciamento – in termini di investimenti, tradizione, storia – in cui trova applicazione l’assunto per cui la diplomazia si fa anche con l’economia.

Dall’altro versante deve contribuire a riscrivere il sistema di relazioni internazionali in Libia, e in particolare premere affinché l’Europa adotti una politica più forte e coesa. Da questo punto di vista è auspicabile un asse italo- tedesco su cui fondare una posizione netta, soprattutto nei confronti della Francia, che ha adottato negli anni precedenti un atteggiamento divergente, sostenendo il progetto di Haftar fin dagli esordi. Una chiara posizione europea avrebbe due immediate conseguenze: mettere in difficoltà la Francia, che a quel punto dovrebbe scegliere se schierarsi apertamente o no con l’Europa, e il coinvolgimento degli Stati Uniti, che dal 2011 hanno mantenuto un atteggiamento di distacco rispetto alla Libia.

Altro elemento da tenere in considerazione saranno le azioni adottate nei confronti di Russia e Turchia che hanno posto le basi della loro influenza rispettivamente in Cirenaica e Tripolitania. Se non vogliamo che il mediterraneo diventi il loro quartier generale bisogna muoversi con tempestività ma soprattutto uniti. In ballo non ci sono solo interessi energetici ed economici ma la sicurezza e l’integrità dell’Italia e quindi dell’Europa.

Corinna Maci

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