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Il NEMICO NON E’ ALLE PORTE

  • Corinna Maci
  • News
  • Read 64 times Last modified on Mercoledì, 25 Novembre 2020 12:47

 

Il progetto europeo, da sempre oggetto di attacchi esterni, rischia una delegittimazione interna sul terreno di un principio fondamentale delle democrazie occidentali: lo stato di diritto. È un capitolo nevralgico quello che ci ha offerto l’Europa in questi giorni, con il veto di Ungheria e Polonia al prossimo bilancio europeo e al conseguente accesso ai fondi del Next Generation Eu (o Recovery Fund).

 

I due Paesi vogliono imporre che non si subordini l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto. Potrebbe sembrare surreale ad un cittadino italiano, francese o tedesco perché questo principio è consolidato. Ma in questi giorni abbiamo avuto la rappresentazione plastica di come per alcuni Paesi un principio di tale portata non solo non è scontato ma viene persino rifiutato.

L’Ungheria e la Polonia con il loro veto stanno facendo pesare la loro posizione perché la decisione deve essere presa all’unanimità. Le diplomazie europee si stanno già muovendo per adottare un compromesso che non faccia apparire nessuna delle due parti in una posizione di arretramento rispetto a quella iniziale. Attendendo l’esito di questo ennesimo braccio di ferro in seno all’Unione, che segue quello poco edificante avvenuto tra Paesi rigoristi e mediterranei per il Recovery Fund, sarebbe necessaria una riflessione che vada oltre gli aspetti economici e che molti analisti hanno sottolineato in questi

giorni.

La tesi è la seguente: i due Paesi non hanno un interesse economico a rifiutare l’accordo.

La Polonia dovrebbe ricevere 23,1 miliardi di euro mentre l’Ungheria 6,2 miliardi. Se ci spostiamo sui fondi strutturali la Polonia è il primo beneficiario dei fondi Ue (106 miliardi), tra i primi anche l'Ungheria - in rapporto alla popolazione - (49,3 miliardi). È quindi il “ricatto economico” che farà cambiare idea a Ungheria e Polonia?

Il punto cruciale, quello che non emerge, è che il loro veto conferma quanto doveva essere chiaro nel 2004, anno della loro entrata; la loro parziale incompatibilità con i principi base dell’ Unione.

Se nel 2004 la visione che ha portato ad una tale scelta è stata quella di fare entrare nella sfera di influenza occidentale, sottraendoli alla Russia, gli ex Paesi del blocco comunista, anche in un’ottica di soft power, e quindi di avvio di un processo di democratizzazione, ad oggi è evidente che stiamo correndo il rischio opposto: l’Europa è sotto ricatto su un principio fondamentale e le viene chiesto di fare un passo indietro.

Non si deve cedere alla tentazione di bollare queste posizioni come una difesa alla propria sovranità ma un tentativo di minare uno dei nostri principi fondanti. Deve essere chiaro che L’Europa non è un soggetto erogatore di soldi.

L’Europa è prima di tutto la costruzione di un’identità politica che affonda le proprie radici nel rispetto della sovranità nazionale ma soprattutto nella condivisione comune di principi fondamentali, tra cui il rispetto dei diritti umani. Se per la Polonia può essere fatto un discorso a parte - le grandi città sono guidate dall’opposizione liberale e alla gente è ancora consentito protestare.-, preoccupa molto di più l’Ungheria. Viktor Orban, al potere dal 2010, ha reso la magistratura un’appendice dell’esecutivo, ha fatto in modo che non esista più una stampa libera, ha messo i suoi uomini ai vertici delle Università. Ha fatto quello che si fa in un regime, ha fatto cadere tutti i centri di opposizione. Anche in politica estera si sta spostando verso Mosca e Cina.

Il tentativo è quello di costruire un’ Europa più intergovernativa, eliminando i già deboli residui federali e non avere problemi su questioni legate a diritti umani e alla democrazia. Non è questa l’Europa che vogliamo, e ci si deve impegnare per non far crescere il nemico in casa. “Non si deve negoziare per paura, ma non bisogna mai aver paura di negoziare» diceva J. F. Kennedy. Nei prossimi giorni sarà importante trovare un accordo che permetta il via libero alle risorse destinate alle economie colpite dal covid, vero e proprio ossigeno per molti Paesi, compreso il nostro.

Ma sarà altrettanto fondamentale difendere i diritti fondamentali, la democrazia e lo stato di diritto. In caso contrario, il progetto europeo rischia di naufragare.

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