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CASO GEORGE FLOYD: PROCESSO AD UN PAESE

  • Corinna Maci
  • News
  • Read 590 times Last modified on Martedì, 11 Maggio 2021 12:08

25 maggio 2020. Minneapolis, Minnesota. Immaginate di entrare in un negozio per prendere un pacchetto di sigarette. Il commesso che te le vende è convinto che tu le abbia pagate con delle banconote false e, al tuo rifiuto di restituire il pacchetto, chiama la polizia. All’arrivo della pattuglia inizia un diverbio molto acceso, la situazione degenera.

La tua faccia ora è a terra e il ginocchio di uno dei poliziotti inizia a premere sul tuo collo. Passano i minuti e ti senti mancare l’aria. “Non riesco a respirare” provi a dire con tutta la forza che ti rimane. 9 interminabili minuti e 29 secondi. Finalmente quel ginocchio si stacca dal tuo collo, ma sei entrato in coma e poche ore dopo verrai dichiarato morto in ospedale. Questa è stata la fine riservata a George Floyd, uomo afroamericano che era entrato in un negozio per comprare delle sigarette. La sua colpa non è stata la presunta banconota falsa. La sua colpa è quel marchio visibile che da quando è venuto al mondo porta come un fardello, il suo peccato originale, la pena che dovrà espiare per tutta la vita: è una persona di colore. A George Floyd non è stato concesso urlare, tanto il peso di quel ginocchio che lo ha sopraffatto, ma la sua morte ha dato vita al più grande movimento di massa della storia degli Stati Uniti: sono scesi in strada tra i 15 e i 26 milioni di persone in 2400 località in tutti gli Stati del Paese. L’urlo di un Paese che non può accettare quello che è successo.

 

A quasi un anno di distanza, Derek Chauvin, l’ex poliziotto che gli ha tolto la vita, è stato giudicato colpevole per tutti e tre i capi di accusa: omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado. Una sentenza che porta un po’ di luce in una storia buia fatta di razzismo e abuso di potere.

La morte di un uomo che diventa simbolo della lotta di quel 13 % della popolazione americana, forse destinata a segnare la storia delle relazioni razziali negli Stati Uniti.

Non è solo il processo ad un agente, ma ad un intero Paese, perché la morte di Floyd è solo l’ultimo episodio di una storia secolare, lungamente inascoltata. C’è chi sostiene che non basterà una sentenza per cambiare il corso della storia. Quel che è certo è che la comunità afroamericana merita che venga restituita loro dignità e verità. Un recente studio pubblicato dai ricercatori dell’Harvard T.H Chan School of Public Health ha calcolato che se sei nero negli Stati Uniti corri tre volte di più il rischio di essere ucciso dalla polizia rispetto ad un bianco. In passato le forze dell’ordine avevano goduto di una sorta di impunità, dispiegata principalmente contro i giovani afroamericani: la società americana, a partire dagli anni Settanta, ha assistito ad una vera e propria militarizzazione della polizia, come se entrare in un ghetto nero o latino equivalesse ad andare a Bagdad. Le politiche di tolleranza zero contro la microcriminalità urbana negli anni Ottanta e Novanta sono giunte fino a noi. Le forze di sicurezza, soprattutto nelle aree metropolitane, operano in condizione di estrema pericolosità e questo spiega perché a volte l’uso della violenza è considerato legittimo. Una sentenza di questo tipo può rappresentare uno stimolo e facilitare quella riforma degli apparati di sicurezza che in un modello federale e decentrato come quello statunitense devono partire dal basso? Staremo a vedere. Quello che è certo è che va riguadagnata una credibilità e una fiducia perdute. Si dovrebbe instaurare un nuovo patto tra polizia e cittadini che includa la comunità afroamericana (e in generale le minoranze etniche). A dover cambiare è il paradigma culturale in una società, come quella americana, nata insieme alla schiavitù che in quel Paese, quindi, non è una parentesi ma ne è l’origine.

La società americana ha creato nuovi ghetti, che non sono più solo fisici – e per questo perfettamente individuabili- ma anche sociali, politici, culturali. Nel 1967 Stokeley Carmichael e Charles V. Hamilton in “Strategia del Potere Negro” hanno coniato il termine “Razzismo Istituzionale”; non si tratta di segregazione razziale con base legale come quella in vigore nel sud Africa dell’Apartheid o negli Stati americani del sud prima degli anni Sessanta, ma è una forma di discriminazione ambigua che permea dinamiche sociali e politiche. Il suo riflesso sono le disparità di ricchezza, reddito, occupazione, alloggio, assistenza sanitaria, istruzione, potere politico e accesso alla giustizia. Il fenomeno ha origine nel funzionamento delle istituzioni e quindi riceve una condanna pubblica molto inferiore rispetto al razzismo individuale.

La diseguaglianza razziale è stata normalizzata nella società americana. È sufficiente guardare ai numeri per rendersene conto: il tasso di povertà della popolazione afroamericana è del 20,8 % contro l’8.1% dei bianchi. Il reddito medio di una famiglia bianca è di 71 mila dollari annui contro i 41 mila di una famiglia afroamericana: queste corrono mediamente un rischio doppio di incorrere in grossi problemi economici in caso di una spesa improvvisa di 400 dollari. Prima del covid, il 16.7% della popolazione nera negli Stati Uniti era disoccupata contro il 14.2% dei bianchi. I laureati neri hanno ancora quasi il doppio delle probabilità di essere disoccupati rispetto ai bianchi. In ambito sanitario il 9.7% dei neri non ha un’assicurazione contro il 5.4% dei bianchi. I numeri ci descrivono una realtà fatta di disuguaglianze, di barriere, di confini che affondano le loro radici nella schiavitù, nelle guerre civili, nelle leggi segregazioniste, e che ora assumono i contorni sfumati delle diseguaglianze economiche e sociali.

C’è un altro interrogativo che dovrebbe essere sollevato: queste vicende ci riguardano o riguardano solo quella minoranza che spesso avvertiamo “altro” da noi? La Vicepresidente Kamal Harris, a poche ore dalla sentenza, aveva rilasciato un comunicato stampa in cui dichiarava: “It’s not just a Black America problem or a people of color problem. It is a problem for every American”.

È davvero un problema per ogni americano? Il fardello da portare, come si è accennato all’inizio, è reso perfettamente nelle parole del giornalista e scrittore Ta-Nehisi Coates, considerato uno degli intellettuali americani più influenti dei nostri giorni. Per lui l’“America Bianca” è una vera e propria organizzazione schierata a difesa del suo potere, “talvolta si tratta di un potere esercitato in modo diretto (con il linciaggio), altre in modo più insidioso (con la discriminazione). Ma in qualunque forma si manifesti, la forza di dominazione ed esclusione è centrale nel credersi bianchi, e senza di essa “la gente bianca” non avrebbe più ragione di esistere”. Per Coates il sogno americano si regge sul fatto che qualcuno debba essere sacrificato. Il sacrificio, su questo l’autore non ha dubbi, è sulle spalle di una comunità precisa: la comunità afroamericana.

 

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