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Giannini, il fondatore della ricchezza buona

  • Ernesto Pappalardo
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  • Read 1057 times Last modified on Mercoledì, 08 Aprile 2020 17:28

 

La storia di Amadeo che con la “Bank of Italy” aprì la strada in America a tantissimi emigranti e insegnò al mondo come vincere la povertà.

“Non voglio diventare ricco perché nessun uomo possiede in realtà la ricchezza, ma ne è posseduto”. Fu questo il principio che orientò tutta la vita di Amadeo Peter Giannini - figlio di emigranti italiani stabilitisi a San Francisco e fondatore della “Bank of Italy” prima e della “Bank of America National Trust and Saving Association” poi - accompagnandolo a concludere un percorso esistenziale (prima ancora che professionale e imprenditoriale) che vale la pena tenere sempre ben presente.

 

Ne ha ricordato recentemente il valore e la visione Davide Giacalone nel corso di una testimonianza alla Fondazione Einaudi, consentendo una “lettura” che offre l’opportunità - in questi tempi alquanto “malconci” proprio dal punto di vista della prospettiva degli eventi - di valutare con attenzione le risposte da mettere al più presto in campo.

 

Figlio di emigranti italiani - è questo il quadro sostanziale di Giannini (San José, California, 1870/San Mateo, California, 1949), al quale lui tiene fede in maniera esemplare - era diventato dirigente fin dal 1902 di una banca di San Francisco le cui azioni aveva ereditato dal suocero defunto nel 1904 (treccani.it). Aveva le idee chiarissime: voleva ad ogni costo agevolare l’accesso al credito delle classi sociali medio/basse. Fondò, quindi, la “Bank of Italy” che iniziò ad offrire servizi agli immigrati italiani. “Da lì, mandare i soldi in Italia costava solo il 2% e il cambio era onesto. Anche se può apparire incredibile, questa piccola banca, che ebbe la prima modesta sede in un saloon di North Beach, la zona povera di San Francisco dove risiedeva la comunità italiana, diventerà la più grande banca del mondo”, (http://legislature.camera.it/serv_cittadini/553/554/9100/8351/8352/documentofoto.asp. Ma, come emerge limpidamente dalla ricostruzione storica, “ciò che più sorprende, non è tanto quello che Amadeo Giannini ha fatto, ma come lo ha fatto”, (idem). Giusto per evidenziare le caratteristiche del personaggio: “Nel 1926, mentre la Bank of Italy era in continua espansione, Giannini rifiuta un premio di 100.000 dollari e dichiara: Un uomo che desideri possedere più di 500.000 dollari dovrebbe correre dallo psichiatra, (idem).

Insomma, il credito non andava negato a nessuno, purché onesto. A 34 anni mette in piedi, quindi, la “Bank of Italy”, la banca degli emigranti ai quali concedeva prestiti “a partire da 25 dollari e, come garanzia, guardava i calli sulle mani e la faccia del cliente”. La banca ebbe un grande successo e nel 1906 poteva contrare su depositi superiori al milione di dollari. Nel mese di aprile di quell’anno (il 18 aprile) si verifica il terremoto che distrugge San Francisco. Giannini nasconde - sotto la frutta, sui carretti del patrigno - il denaro e l’oro della “Bank of Italy” che porta a casa sua. Sei giorni dopo riapre la banca: “Prestiti come prima, anzi più di prima”. La nuova “Bank of Italy” si ritrova a fare i conti con una folla di poveri e poverissimi, ma Giannini distribuisce soldi a tutti. Qualche giorno dopo, accompagnato dal padre, inizia a girare per le altre zone distrutte di San Francisco e offre prestiti senza interesse. In poche parole Giannini diventa banchiere della povera gente e lo resterà per il resto della sua vita.

Accorsero clienti da diverse parti degli Stati Uniti per la sua integrità morale: dai prestiti passò velocemente alla raccolta dei depositi. E con la ricostruzione la sua banca diventò il riferimento per tanti piccoli (e grandi) investitori. Al punto che la “Bank of Italy” aprì nuove filiali (1909).  

Da questo momento l’indole benefica di Giannini prende il sopravvento. Nel 1920 si avvicina all’industria cinematografica, giudicandola in grado di influenzare lo sviluppo sociale. Finanzia, per esempio, un giovane artista con 50mila dollari: Charlie Chaplin alle prese con “Il monello”. Anni dopo diventa amico di Walt Disney: rende possibile la realizzazione del suo primo lungometraggio. Stessa cosa con Frank Capra, che può girare i suoi film.

Nel gennaio del 1928 Giannini ricava dalla sua partecipazione alla “Bank of Italy” utili per un milione e mezzo di dollari, ma rifiuta il premio, e devolve l’intero ammontare all’Università della California “per ricerche sulle tecnologie dell’agricoltura”. Nel 1930 la “Bank of Italy” assunse il nome di “Bank of America National Trust and Saving Association”.

Alla chiusura della “Bank of Italy” emerge che per i prestiti senza garanzia era stato rimborsato il 96% del totale sborsato: se si considerano gli interessi, la banca non aveva dovuto sostenere perdite per i prestiti concessi ai poveri.

Altro finanziamento da ricordare: nel 1932 Joseph Strass, progettista del Golden Gate, chiede a Giannini di essere finanziato. Il progetto riceve sei milioni di dollari e “la Bank of America” non richiede alcun interesse.

Dopo gli anni Trenta, nel 1945, si arriva alla creazione della “Giannini Family Foundation” per promuovere la ricerca medica.

Alla fine della seconda guerra mondiale Giannini fa in modo che la banca partecipi alla ricostruzione dell’Italia. Si accorda con Arthur Schlesinger (Piano Marshall) e anticipa senza interessi gli importi delle spedizioni dirette in Italia.

Nell’ottobre del 1945 (75 anni) Giannini lascia la presidenza della Bank of America, che, nel frattempo, è diventata la più grande banca del mondo. Muore nel 1949. I suoi beni – come da inventario – avevano raggiunto un ammontare di 489.278 dollari.

Una storia, quindi, di coerenza all’interno di una visione incentrata sul valore delle persone e non sul denaro o sul raggiungimento della ricchezza. La visione, cioè, del benessere capillarmente diffuso e non del guadagno a tutti i costi. La visione che è venuta a mancare proprio in queste giornate segnate da una tragedia che rimarrà come spartiacque del ventunesimo secolo.

 

Ernesto Pappalardo

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