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Federico Caffè, la grande e ultima lezione sull’economia del benessere

  • Ernesto Pappalardo
  • News
  • Read 692 times Last modified on Mercoledì, 22 Aprile 2020 14:30

 

Il 20 aprile del 1987 fu resa nota dal fratello la scomparsa di Federico Caffè che avvenne qualche giorno prima (il 15 aprile). Diverse le "riletture" dell'episodio, con non poche ipotesi che sono susseguite nel tempo, ma resta ancora oggi un solo di mistero su un evento che, puro, ha trovato diverse "interpretazioni". In ogni caso, permetti le opere e le riflessioni di una personalità di assoluto rilievo non solo l'attenzione della sua materia specifica - l'economia - ma ben al di là di una “specializzazione” sicuramente preminente e illuminante.

Che cosa permane nella viva attualità del pensiero di Federico Caffè?

Notevole la mole di articolate analisi e di indicazioni che giungono forti nel confuso contesto che ci sembra di vivere, ma va ricordata, per accedere più appropriatamente nel significato gravidanza di quanto studiato e trasmesso nel tempo, la “parabola” che lo accompagna in maniera, per così dire, esistenziale, nel corso degli anni.

Può essere utile considerare, a questo proposito, quanto contenuto nell'ultima raccolta pubblicata da I suoi scritti (1986), dove si considerano quelli da lui considerati come passaggi fondanti.

Che cosa è veramente importante che faccia il "pubblico", come deve intervenire? Prima di tutto ciò che deve mettere in campo alcuni sostanziali “punti fermi”, interagendo con l'intervento di quel volontariato legato a principi etici connessi ai valori più autentici, come quelli della trascendenza . Sono proprio questi, in particolare, i valori più “resistenti” nel disegno sostanziale del suo pensiero. La socializzazione di quelle che è possibile definire, in coerenza con la sua riflessione, “ strutture finanziarie”Resta un momento particolarmente alto: non è del tutto coerente, quindi, il dualismo einaudiano tra economia di concorrenza e capitalismo storico. In entrambi i casi si apre il problema delle normative. E, quindi, occorre procedere, per quanto possibile, alla “ riforma ” del capitalismo. In altre parole, Caffè, ritiene possibile intervenire sull'economia di mercato per incidere su “ strutture e istituzioni che storicamente sono venute a coesistere con l'economia di mercato stessa, ma non sono essenziali al suo funzionamento ”.

Caffè si dedica fino a fondo a studiare e valutare, con una serie notevole di proposte operative, l'economia politica dopo la seconda guerra mondiale. Resta legato al pensiero di Cambridge tra i due conflitti: Keynes assume un ruolo importante nelle sue riflessioni. L' economia del benessere si intreccia con l'esigenza di riformare secondo il pubblico: la redistribuzione del reddito dai gruppi più abbienti a quelli meno ricchi diventa per uno dei centri propulsivi del suo pensiero.

Come è ben presente lo studio del “ costo sociale ” dell'imprenditorialità pubblica e privata rimettono sulle spalle della collettività, diventando, quindi, parte fondante del suo pensiero che giustamente presente nel settore pubblico delle azioni economiche.

È in questo contesto che riguarda il rapporto tra il pensiero del caffè e la lezione di Keynes che giudica rilevante, in continuità con il suo ambiente. Ed è in questa linea di pensiero che va letto il suo rapporto con il pensiero di Einaudi che puro individua come ostacolo (non secondario) alla diffusione di Keynes nel nostro Paese.

È in questo modo che il Caffè può avvertire forme di “vicinanza” con Luzzatti e Saverio Nitti, come pure evidenziare il riconoscimento a Gustavo Del Vecchio: “lezione così elevata, che è stata anche un impegno civile e pubblico”.

L'ultima parte della sua vita coincide con l'impegno profondo in merito alle forme di “ controllo democratico ” economico. La crisi delle istituzioni è superabile con una rivitalizzazione della volontà politica di perseguire questo scopo. Ma, ovviamente, la perdita delle tracce sulla connotazione “rinnovatrice” della sinistra non può metterlo in condizioni di tranquilla osservazione dei fatti e degli eventi che si susseguono. Nel 1982 mette insieme un “decalogo” di misure di politica economica nel quale fa rientrare l'utilizzazione delle forze giovanili all'interno di un programma dello Stato inteso come “occupatore di ultima istanza”.

Come pure non si risparmia nell'impegno fiducioso verso il sindacato e nel 1985 aderisce al referendum promosso dalla Cgil sull'abrogazione della norma in base alla quale si tagliano i punti della scala mobile (scelta opposta a quella del suo allievo Ezio Tarantelli).  

Ma va tenuta presente forme di civismo nettamente in fase di miglioramento.

E, soprattutto, si tratta di uno spirito di solidarietà più ampio e forte. E dal suo punto di vista è proprio questa la scelta migliore.

 

Ernesto Pappalardo

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